Il fiore reciso. Un oggetto che alla nascita era meraviglioso e teme di ritrovarsi privi di grazia, (ab)usato e gettato via.
Anche noi quando nasciamo, veniamo strappati al ventre di nostra madre – un rituale di recisione – e la nostra vita inizia nel momento esatto nel quale iniziamo anche a morire. Crescendo, sentiamo sempre di più l’angoscia del decadimento e della degradazione; la paura di invecchiare e perdere la nostra bellezza. La metafora della bellezza sfiorita è emblematica di questo terrore. Un fiore morto è spesso lasciato solo, rattrappito e ripiegato su se stesso nel suo vaso; non più utile nel dare bellezza.

All beauty must die è scattato in polaroid. La pellicola istantanea ci ha permesso di catturare i singoli momenti della vita, del decadimento e della morte di questi fiori, dei quali ora non è rimasta traccia. Il lavoro è presentato in foto singole, dittici e un trittico, costruiti per esplorare la connessione tra bellezza e morte, una coppia antichissima che oggi è rappresentata dal concetto di usa-e-getta. Oscar Wilde diceva che la bellezza, come l’arte, deve essere inutile; oggi al contrario bellezza significa spesso utilità, e inutilità significa qualcosa di pericolosamente vicino alla morte. Di più, da qualche parte nel XIX secolo ha preso piede l’idea che la morte sia qualcosa di terrorizzante, maligno, la fine di tutto ciò che siamo. Al contrario, la vita è secondo noi una serie di morti e rinascite. I nostri corpi sperimentano la morte ogni minuto della nostra vita: le cellule muoiono, la pelle muore, parti della nostra personalità vengono uccise per essere sostituite da altre. Questo processo va avanti quasi senza essere notato, ma il pensiero della nostra morte definitiva ci paralizza nel nostro percorso, congelandoci per ciò che siamo in un determinato momento. È quello che accade a questi fiori. La loro vita sarebbe, in natura, un ciclo: quello stagionale di nascita, morte e rinascita. Tagliandoli, infliggiamo loro una morte definitiva.

Date
29 Maggio, 2017
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